Peter Pippan

Caro blog,

ad una recente disquisizione dotta con la blogger Noelle (vedi link) sul vero significato del mito di Peter Pan devo l’ispirazione per questo post. Se sei un blog minorenne o comunque sensibile, non leggere quello che segue e va piuttosto a visitare questo sito qui.

Per una differente lettura in chiave psicoanalitica del Peter Pan

Fin dal suo debutto, avvenuto sulle scene londinesi il 27 dicembre 1904, la commedia Peter Pan di James M. Barrie e’ stata interpretata, alla luce delle teorie freudiane, come mito di rifiuto del raggiungimento dell’eta’ adulta da parte del bambino-adolescente in avanzata fase puberale. Gli esempi di questa, che puo’ essere a buon diritto considerata l’interpretazione canonica della (ambi)valenza insita nel ragazzetto in costumino verde, sono abbondanti in letteratura: citiamo, uno per tutti, il Kiley, che nel suo saggio (The Peter Pan Syndrom, Honolulu, 1973) evidenzia “il difficile scontro con la realtà che affligge gli affetti da questa sindrome: cercano di rimandare il loro effettivo ingresso in società, di rinviare la loro definitiva crescita psichica, anche al prezzo di assurdi isolamenti, frustrazioni e reiterati fallimenti”.

Recenti studi, dovuti per lo piu’ alle scuole critiche di matrice tedesca (Einrich Saege, Rudolph Vixer), ungherese (Mipas Titcho), e canadese (Bernardine Lovelybutton), hanno tuttavia portato all’attenzione nuovi elementi, alla luce dei quali l’interpretazione canonica puo’, e a nostro avviso deve, essere riveduta e corretta. L’atteggiamento di Peter si configura, infatti, non gia’ come semplice e generica “paura di crescere”, bensi’ come strenua difesa e lotta del moccioso di Kensington in favore di cio’ che piu’ marcatamente contraddistingue la sua spensierata e pubescente eta’: l’ossessiva attivita’ onanistica. Peter Pan si rifiuta di crescere non tanto perche’ teme di non poter piu’ essere un innocente bambino, quanto perche’ ha paura di non poter piu’ essere un gaudente segaiolo.

Non e’ un caso, ed e’ significativo notare, come osservato argutamente dal Titcho (“Did Peter Use to Shine His Pan-flute?”, Brno Univ. Proc., 1996), che Capitan Uncino, il nemico-incubo del nostro, sia un pirata monco, e che il suo sgherro, Spugna, indossi un paio di spessissimi occhiali: chiarissimi richiami a quelle che sono, secondo tutta la tradizione giudaico-cristiana, le piu’ comuni “punizioni” che colpiscono l’autoerotomane impenitente.

Altresi’ illuminante e’ la figura della fatina Campanellino (“Twinkle Bell” in inglese), vero e proprio alter ego femminile di Peter, che sin dal nome allude in modo neanche troppo velato alla fonte esclusivamente clitoridea ed auto-indotta da cui ella trae il proprio piacere sessuale (si veda, ad esempio, l’articolo della Lovelybutton, “Qu’est-ce que vraiment titille-t-elle?”, Mont. Lit. Rev., n. 7, vol. 3, settembre 2001).

Possiamo concludere con le parole del Saege, il quale mette in rilievo, con la inconfondibile raffinatezza della sua prosa, come “Peter Pan sogna un paradiso di solitudine, in un’idilliaca isola-che-non-c’e’, perche’ sua madre gli rompe sempre le palle quando si chiude in bagno!”.

Matu

Peter Pippanultima modifica: 2005-01-27T11:40:11+01:00da matu73
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8 pensieri su “Peter Pippan

  1. Ti dirò, questa interpretazione è più divertente di quella canonica che credo ormai abbia fatto il suo tempo. E tuttavia le due cose non sono in contrasto. Quale che sia il motivo della paura, Peter Pan ha paura di crescere. Conosco dei Peter Pan che restano tali anche a 60 anni.

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